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Descrizione

Controllo stabilità auto più sicurezza per il tuo veicolo

Controllo stabilità auto un ulteriore sistema di sicurezza per il tuo veicolo

Controllo stabilità auto che cosa è

Si sa che la sicurezza su un veicolo non è mai troppa. Diversi sono i sistemi che sono integrati al veicolo per offrirti una maggiore sicurezza durante la guida. Uno di questi riguarda il controllo stabilità auto. Vediamo di cosa si tratta. Il controllo stabilità auto meglio conosciuto come ESP ( Electronic Stability Program) è un sistema elettronico che garantisce la stabilità del veicolo. Tale sistema regola la potenza del motore frenando le singole ruote e stabilizzando così l’assetto del veicolo. Diverse sono le sigle con cui viene indicato come ESC (Electronic Stability Control), VDC (Vehicle Dynamic Control), VSC (Vehicle Stability Control) o DSC (Dynamic Stability Control).

A cosa serve e come funziona

Il controllo stabilità auto evita la sbandata del veicolo in caso di cambio improvviso di una traiettoria o l’impostazione errata di una curva. La sua funzione è quella di regolare la potenza del motore agendo sulle singole ruote. In pratica ogni volta che l’auto sta percorrendo la strada prendendo in curva una traiettoria più larga o più stretta, l’ESP interviene evitando al veicolo di sbandare. Infatti se si accende la spia dell’ESP significa che il sistema di controllo è intervenuto per correggere la traiettoria riportando in asse la vettura durante la sbandata.

Il controllo stabilità auto, ESP nella lingua corrente, utilizza tutte le informazioni che arrivano dalla vettura in movimento dai diversi elementi che compongono tale sistema di sicurezza. Il controllo elettronico di stabilità è così composto:

4 sensori di velocità, uno per ogni ruota, integrati nel mozzo ruota che inviano le informazioni sul loro comportamento alla centralina che ne valuta la differenza di giri in un determinato momento;

1 sensore di sterzata che permette di individuare la traiettoria scelta dal guidatore in base alla posizione del volante ;

3 accelerometri, uno per asse spaziale, posizionati al centro della vettura che rilevano le forze che agiscono sull’auto.

Tutti questi sensori comunicano con una centralina che, ricevuti i dati, percepisce quando e in quale momento intervenire per evitare le sbandate dell’auto. La centralina pertanto può ridurre la coppia del motore e agire sulle pinze freno modificando la traiettoria della vettura.

Il controllo stabilità auto è un dispositivo che deve essere tenuto sempre attivo perchè è di grande aiuto in caso di terreno viscido o di neve. Infatti lavora molto bene in caso di strade innevate aiutato anche dagli altri due sistemi di sicurezza quali l’ ABS, che evita lo slittamento delle gomme e il TCS , che controlla la trazione del veicolo.

 In caso di guasto si accende una spia, in genere a forma di triangolo con o senza un punto esclamativo al suo interno e con la freccia che gira attorno. L’accensione rileva la rottura o un difetto dei sensori che fanno parte del sistema o della centralina che lo comanda. In questo caso è raccomandabile rivolgersi ad una officina specializzata.

Origine e obblighi

Le prime auto che hanno fatto uso del controllo stabilità auto sono la Mercedes S600 e la SL oltre alla BMW serie 7. La grande diffusione si ha tuttavia nel 97 quando viene commercializzata la Mercedes classe A. In seguito a problemi di instabilità riscontrati sulla vettura la casa tedesca decide di installare l’ESP su tutti i veicoli di classe A. Da allora in poi il controllo elettronico di stabilità inizia a diffondersi sempre di più anche sulle vetture di piccola e media cilindrata.

A partire da 1 novembre 2011 l’Unione Europea ha reso obbligatorio tale sistema per i veicoli di nuova omologazione, mentre per le vetture omologate in precedenza o per le vetture già in vendita tale obbligo decorre da novembre 2014. Inoltre a partire dal 1 gennaio 2013 per le altre tipologie di veicoli quali pullmann, autobus, minivan e per i veicoli commerciali dal peso superiore a 3,5 tonnellate l’ESP deve essere corredato da altri sistemi di sicurezza quali l’AEB ( sistema di frenata automatica ) e il segnalatore di cambio corsia. Tali sistemi sono obbligatori per tutti i veicoli di nuova immatricolazione a partire dal 1 gennaio 2015.

07/09/2019153 visite, 1 oggi

Airbag un valido ed efficace dispositivo di sicurezza

Airbag un valido ed efficace dispositivo di sicurezza

Uno tra i più importanti dispositivi di sicurezza presenti sul veicolo è senza dubbio l’airbag. Ma cosa è l’airbag, quali sono le sue componenti e come funziona? Cerchiamo di scoprirlo più nel dettaglio.

Che cosa è l’airbag

L’airbag è un sistema di sicurezza passivo che viene installato all’interno del veicolo e più specificatamente all’interno del volante o della plancia o dei sedili a salvaguardia del guidatore e dei passeggeri in caso di urto o di incidente. La sua funzione è quella di impedire che la testa o il viso, in caso di urto, vengano in contatto con il volante o il cruscotto poichè sono liberi di muoversi a differenza delle altre parti del corpo che invece sono trattenute dalla cintura di sicurezza.

Storia dell’airbag

La nascita dell’airbag risale al 1952 e si deve all’ ingegnere John W. Hetrick che ne depositò il brevetto negli Stati Uniti. Alla fine del 1953 la sua richiesta viene accettata, anche se nello stesso anno il tedesco Walter Linderer ottiene un brevetto per un cuscino gonfiabile atto a proteggere il conducente in caso di incidente. Diversi furono i prototipi e i test presentati dalle varie case automobilistiche e, verso la fine degli anni 50, la Ford e la General Motors cominciano a sperimentarlo e testarlo proponendolo come optional agli inizi degli anni 70. Una svolta importante si ebbe nel 1960 grazie all’ingegnere Allen K. Breed con l’introduzione di un efficientissimo sensore d’urto. La prima vettura che presentò tale innovazione fu la Oldsmobile nel 1973 con la versione Toronado provvista di airbag lato passeggero a cui seguirono nel 1974 la Cadillac e la Buick . In seguito al cambiamento delle norme federali e ad una serie di test e sperimentazioni inefficaci si assiste ad uno stallo delle tre case automobilistiche anche se nel frattempo un’altra grande casa automobilistica, la Mercedes, nel 1967 inizia a studiare un tipo di airbag che poi verrà installato sulle vetture più lussuose a partire dal 1980. La prima auto italiana provvista di airbag è stata la show car Lancia Sinthesis 2000 realizzata nel 1971.

Anche se l’airbag non ha avuto un’ accoglienza positiva per le varie discordanze sulla validità o meno della sua efficacia tuttavia inizia a prendere piede verso la metà degli anni ottanta fino a raggiungere il massimo riconoscimento della sua validità agli inizi del 1990.

Come si compone

L’airbag è costituito da diversi elementi:

un sensore atto a rilevare la decelerazione del veicolo in caso di urto;

una centralina elettronica a cui arriva il segnale del sensore che invia così il comando di accensione ad un detonatore;

un detonatore che per mezzo di corrente elettrica o l’urto di un puntale attiva una sostanza ( azoturo di sodio in quantità tra 50 a 200 g.) contenuta in una capsula esplosiva. La capsula, esplodendo, sviluppa una notevole quantità di gas (azoto) che serve a gonfiare il contenitore. In questo caso parliamo di airbag pirotecnico.

una seconda capsula che contiene un gas inerte che va a gonfiare il sacco. Questo è il caso dell’airbag ibrido.

Funzionamento dell’airbag

Il sensore d’urto rileva una violenta riduzione della velocità e manda un segnale alla centralina. Una volta ricevuto il segnale, calcolato la velocità dell’auto e dopo aver elaborato i dati, la centralina stabilisce che c’è stato un urto decidendo la velocità di esplosione e di gonfiaggio dell’airbag. Invia un segnale ad un detonatore che esplode accendendo una sostanza, azoturo di sodio tramite impulso elettrico o urto con percussore.La capsula esplode e produce azoto in grande quantità. Il cuscino si gonfia ad una velocità di 300/350 Km l’ora. Il viso affonda e il cuscino inizia a sgonfiarsi tramite dei fori posteriori. In questo modo l’impatto del corpo con il volante o contro il cruscotto viene attutito evitando nel contempo il pericolo di soffocamento.

Vari tipi di airbag

Tra i componenti di questo efficace sistema di sicurezza abbiamo menzionato airbag pirotecnici e airbag ibridi. C’è da dire che fra la prima capsula e il sacco degli airbag pirotecnici è presente una rete metallica che raffredda i gas che lo gonfiano bloccando l’accesso al sacco alle particelle solide. Nel caso di airbag ibridi tale rete non è presente poichè nella seconda capsula che contiene il gas inerte non sono presenti tali particelle dato che il gas è più freddo dei fumi generati dall’esplosione della prima capsula. Inoltre gli airbag ibridi sono più veloci di quelli pirotecnici e necessitano di una minore quantità di carica. Per questo motivo sono utilizzati per gli airbag laterali o a tendina in quanto devono svolgere la loro funzione dispiegandosi rapidamente ed in pochissimo spazio (quello tra la porta e il passeggero). Per gli airbag del conducente e del passeggero davanti è possibile scegliere tra i due. Accanto a questi due tipi di airbag esistono anche gli airbag dual stage che sono formati da una coppia di airbag pirotecnici o ibridi ma con un solo sacco. È la centralina a scegliere in base alle informazioni ricevute se attivare una sola carica pirotecnica gonfiandolo parzialmente o innescare tutte e due ma a distanza temporanea. Questo può avvenire qualora sul sedile ci sia un bambino o un passeggero di peso leggero per cui non è necessario il dispiegamento completo del sacco oppure nel secondo caso quando si cerca di evitare la violenza d’urto del passeggero con l’airbag.

Raccomandazioni e consigli

L’airbag va considerato come ausilio e non sostituto della cintura di sicurezza. Infatti tale dispositivo si gonfia tramite una vera e propria esplosione che avviene in maniera alquanto violenta che può arrecare lesioni qualora ci si trovi molto vicini durante la sua fase di espansione, svantaggi tuttavia ampiamente ripagati con i benefici apportati in caso di incidente. A questo proposito pertanto consigliamo di non sedersi mai molto vicino al cruscotto o al volante per permettere così all’airbag di espandersi; di non poggiare i piedi sul cruscotto durante il viaggio; di non coprire il vano che ospita l’airbag con oggetti; di non tenere i bambini in piedi di fronte agli airbag e di usare le cinture di sicurezza oltre a tenere le mani sul volante in modo corretto per non ostacolare la traiettoria dell’airbag in caso di espansione.

Raccomandiamo inoltre di verificare che il sistema funzioni perfettamente e di effettuare un controllo visivo in modo tale che tutti i componenti visibili non presentino danni e i contatti siano collegati correttamente. Nel caso in cui non si rileva niente visivamente bisognerà effettuare una diagnosi con un dispositivo adeguato ed in ogni caso rivolgersi sempre a personale competente e specializzato.

Un’ultima precisazione: nel caso in cui l’airbag venga utilizzato è necessario sostituirlo in quanto non è possibile riutilizzarlo.

30/08/20192613 visite, 1 oggi

ABS che cosa è e come funziona

ABS che cosa è e come funziona

La sicurezza sulla vettura è un elemento fondamentale e imprescindibile. Uno dei sistemi di sicurezza molto apprezzato e che si è diffuso negli anni è l’ ABS, un sistema di assistenza alla frenatura che svolge una funzione antibloccaggio delle ruote .

Significato e origine

Il termine ABS, dal tedesco Antiblockiersystem cioè sistema antibloccaggio, ha la funzione di evitare l’improvviso bloccaggio di una ruota a seguito di una frenata improvvisa.

Il primo sistema antibloccaggio vide la luce nel 1950 con il Maxaret di Dunlop, che è stato utilizzato e ripreso nel mondo dell’aviazione e a cui seguì la Bosch nel lontano 1965. Tuttavia la sua nascita risale al 1974 ed è da attribuire alla Volvo, la casa automobilistica svedese, che lo introdusse nel mercato automobilistico. Successivamente a partire dal 1978 la Bosch iniziò la commercializzazione di tale sistema a livello globale e a montarlo su un’auto di lusso, una Mercedes classe S. 

La prima autovettura italiana dotata di tale sistema fu la Lancia Thema nel 1978, mentre la BMW serie K fu la prima moto ad essere dotata di tale sistema nel 1988. Con il passare del tempo lo sviluppo dell’ABS ha portato a una diminuzione del peso e dei costi permettendone il montaggio anche su vetture di piccola cilindrata, moto e scooter completandolo con altri sistemi di sicurezza quali il servofreno, l’ASR (Controllo Elettronico della Trazione), L’EBD (Ripartitore Elettronico di Frenata) e l’ESP (Controllo Elettronico della Stabilità).

L’ABS è divenuto obbligatorio nel 2004 . A partire dal 2016 in base alla direttiva UE tale obbligo vige su tutti i mezzi oltre i 125 cm³ integrato con EBD, mentre per gli scooter di cilindrata inferiore e per i ciclomotori verrà adottato un sistema a frenata integrale (CBS).

Come funziona

In caso di arresto improvviso del veicolo l’ABS permette il bloccaggio delle ruote su fondi scivolosi. Tutto questo è possibile grazie a dei sensori situati sulle ruote che comunicano con una centralina elettronica. Tale centralina calcola la velocità di rotazione delle singole ruote e qualora si evidenzia il bloccaggio di uno o più ruote durante la frenata diminuisce la forza di frenata agendo sulla pompa idraulica.

È proprio la centralina che, regolando la forza frenante e agendo sulla pompa idraulica, permetterà di evitare la perdita di direzione del veicolo.

In caso di frenata improvvisa il guidatore non dovrà far altro che premere il pedale del freno e quando l’ABS entrerà in funzione sentirà una specie di vibrazione del pedale del freno. Tale vibrazione è normale e pertanto si raccomanda in questo caso di non alzare il piede dal pedale del freno per non pregiudicare l’azione frenante.

C’è da considerare che in una frenata normale, a meno che non ci si trovi in presenza di olio o ghiaccio, le ruote non si bloccano permettendo così al guidatore di sterzare. Cosa che non avviene se freniamo a fondo: le ruote si bloccano, il pneumatico striscia e nonostante il guidatore continui a sterzare, anche se l’auto rallenta, continuerà la sua corsa nella stessa direzione prima che avvenisse il bloccaggio delle ruote. Invece l’ABS evita il blocco delle ruote durante la frenata e il conseguente scivolamento della vettura sull’asfalto assicurando al guidatore la capacità di sterzare facendo cambiare direzione al veicolo ed evitando così possibili ostacoli.

Come capire quando l’ABS entra in funzione  

Ma come fare a capire se l’ABS è entrato in funzione? Semplicemente avvertendo delle forti vibrazioni allo sterzo. È molto importante che tale sistema di sicurezza venga mantenuto correttamente. Il funzionamento dell’ABS è segnalato da una spia di colore rosso o color ocra nel caso in cui l’autovettura sia dotata di sistema ERP o ASR. La spia dell’ABS come tutte le altre spie sul cruscotto si accende una volta avviato il motore per spegnersi subito dopo e rimanendo spenta anche durante la fase di frenata assistita. Controlla sempre che la spia non si accenda durante la marcia. La sua accensione significa che esiste un guasto che implica una frenata non regolare ma improvvisa e pericolosa. Raccomandiamo pertanto, data l’importanza di questo sistema, di verificare e controllare l’efficienza ed il corretto funzionamento dell’ABS effettuando periodicamente i dovuti controlli presso un’officina.


24/08/20196804 visite, 0 oggi

Cinture di sicurezza obbligo, normativa e sanzioni

cinture di sicurezza obbligo normativa e sanzioni

Cinture di sicurezza cosa sono e a cosa servono

Le cinture di sicurezza sono uno dei dispositivi più importanti nel campo della sicurezza automobilistica. Sono queste difatti che permettono di trattenere il corpo in caso di urto limitando i danni che ne possono derivare. La sua funzione è quella di evitare l’impatto del guidatore e dei passeggeri contro le strutture interne dell’abitacolo e di scongiurare che il corpo venga proiettato fuori dal veicolo.

Origine e storia

La cintura di sicurezza è stata inventata alla fine del 1800 dall’ingegnere inglese George Cayley per mantenere i piloti all’interno dei loro alianti. Le prime cinture di sicurezza furono brevettate a New York nel 1885 dall’americano Edward J. Claghorn per proteggere i turisti dai taxi a New York City. Installate a bordo di un veicolo nel 1903 dal canadese Gustave Desirè Lebeau che le aveva denominate bretelle di sicurezza bisognerà aspettare la metà degli anni trenta per arrivare a suscitare l’interesse dei costruttori di auto. Tuttavia sono stati i conducenti di auto da corsa i primi ad utilizzare le cinture di sicurezza per proteggersi da eventuali danni. Nel 1948 fu realizzata la prima vettura dotata di cinture di sicurezza di serie. Era la Tucker Torpedo, un’auto innovativa dal punto di vista estetico, meccanico e della sicurezza. Ma forse proprio questa sua innovazione concorrenziale nei riguardi delle altre case automobilistiche portò molto presto alla chiusura della fabbrica per problemi legali e politici. Comunque la vera rivoluzione nelle cinture di sicurezza si ebbe nel 1958 quando l’ingegnere svedese Nils Bohlin inventò la cintura di sicurezza a tre punti. Fino ad allora le cinture erano solo a due punti e si allacciavano sul corpo con la fibbia situata sopra l’addome. Il riconoscimento della cintura di sicurezza montata di serie sulle auto va alla Volvo, presso cui Bohlin lavorava, e che divenne il primo costruttore a dotare le proprie vetture con cinture di sicurezza.

Obbligo delle cinture

Il primo paese che rese obbligatorie le cinture di sicurezza fu la Cecoslovacchia nel 1969 a cui seguì la Francia nel 1973. Negli Stati Uniti il primo paese a renderle obbligatorie fu il Massachusetts nel 1975. Per quanto riguarda l’Italia gli attacchi vennero resi obbligatori a partire dal 15 giugno 1976, mentre le cinture con l’obbligo d’uso per i posti anteriori divennero obbligatorie nel 1988. A partire dal 30 luglio 2010 tale obbligo vale anche per le minicar, camion, autobus e per qualsiasi veicolo provvisto di cinture.

Come sono fatte le cinture

Le cinture di sicurezza sono formate da diversi componenti e devono essere provvisti del marchio di omologazione in rispetto alle normative del Ministero dei Trasporti. Esse sono formate da cinghie, costituite da una trama di fili di polimerici intrecciati, un riavvolgitore che permette di svolgere la cinghia secondo la lunghezza voluta, un regolatore che permette la regolazione della cintura in altezza, un anello oscillante d’acciaio con una copertura in plastica che consente l’attacco della cintura, una linguetta di chiusura che serve per facilitare il fissaggio, una fibbia legata al punto di ancoraggio della vettura e dotato di un pulsante per agganciare o sganciare la cintura, ed il pretensionatore un dispositivo che serve a mettere in tensione la cintura in caso di urto.

Come già sopra detto tutte le cinture devono essere omologate e rispettare le normative del Ministero dei Trasporti e più precisamente devono riportare il numero distintivo dello stato di omologazione, il numero di omologazione della Comunità Economica Europea, il numero di omologazione ECE-ONU e l’indicazione dello stato di produzione, cioè dove è stata costruita la cintura.

Categorie veicoli con obbligo di cinture

Dal 14 aprile 2006 con il decreto legislativo del 13 marzo 2006, n. 150, vige l’obbligo delle cinture di sicurezza per i conducenti e i passeggeri delle seguenti categorie di veicoli:

M1 veicoli per il trasporto di persone che abbiano al massimo otto posti a sedere oltre al posto del conducente;

M2 ed M3 per veicoli che abbiano più di otto posti a sedere oltre al sedile del conducente;

N1,N2,N3 per i veicoli riservati al trasporto merci;

L6e le cosiddette minicar.

Normativa

L’art.172 del Codice della Strada sancisce l’obbligo dell’uso delle cinture di sicurezza per conducenti e passeggeri sia sui sedili anteriori che posteriori e di sistemi di ritenuta per bambini. Per i bambini di statura inferiore a m.1,50 bisogna utilizzare sistemi di ritenuta omologati ed adeguati al loro peso. I bambini di età inferiore a tre anni non possono viaggiare su vetture sprovviste di sistemi di ritenute, mentre quelli di età superiore e con statura superiore a m.1,50 possono viaggiare sul sedile anteriore. Per il trasporto in taxi o le auto a noleggio con conducente esistono delle eccezioni riguardanti i bambini che possono viaggiare senza sistemi di ritenute solo nel sedile posteriore e accompagnati da persona di età non inferiore ai 16 anni.

Esenzioni

Esistono categorie di soggetti che sono dispensati dall’obbligo di uso delle cinture di sicurezza e di sistemi di ritenuta per bambini: la polizia municipale, le forze di polizia, le forze armate, gli addetti al servizio antincendio e i sanitari in caso di emergenza, gli istruttori di guida e i conducenti di veicoli addetti alla raccolta e trasporto dei rifiuti nei centri urbani. Sono esentati dall’obbligo di uso delle cinture anche i passeggeri di auto non provvisti in origine di attacchi per le cinture e le auto storiche immatricolate prima del 15.6.1976. A queste categorie vengono aggiunte anche alcuni soggetti il cui uso della cintura non è obbligatorio. Si tratta di persone con diverse patologie e le donne in stato di gravidanza con particolari problematiche. In questi casi bisogna munirsi di un certificato medico dove vengono dichiarate e specificate tali patologie o condizioni.

Sanzioni

Il mancato uso della cintura di sicurezza comporta una sanzione che va da 81,00€ a 326,00€ con la decurtazione di cinque punti dalla patente. Segue la sospensione della stessa per un periodo che va da 15 giorni a due mesi qualora lo stesso conducente si sia reso responsabile della stessa infrazione nell’arco di due anni. Nel caso in cui è un passeggero a non essere provvisto di cintura la multa sarà elevata al solo passeggero con un importo che va da 81,00€ a 326,00€. Qualora la mancata osservanza riguarda un minore la multa verrà elevata al genitore o a chi ne aveva la sorveglianza.

Inoltre le stesse sanzioni sono previste in caso di uso di cinture non omologate o cinture di sicurezza manomesse. In quest’ultimo caso la multa va da 40,00€ a 63,00€ con la decurtazione di cinque punti dalla patente.

Raccomandiamo sempre di allacciare le cinture prima di intraprendere la marcia del veicolo anche se di breve durata. Il conducente che permette ai passeggeri di viaggiare senza le adeguate ritenute di sicurezza o cinture si ritiene responsabile di eventuali danni fisici . Risponde anche nel caso in cui ci sia un passeggero minore di età che viaggia sull’auto senza che ci sia una persona addetta alla sua sorveglianza.

17/08/20194525 visite, 0 oggi

Cambio automatico storia caratteristiche e vantaggi

Cambio automatico storia caratteristiche e vantaggi

Cambio automatico che cos’è

Il cambio automatico come ben sapete è un tipo di cambio che permette la selezione autonoma del rapporto di trasmissione. Le auto con cambio automatico sono privi del pedale della frizione e quando il motore raggiunge un determinato numero di giri, il cambio marcia avviene autonomamente senza l’intervento del guidatore.

Storia del cambio automatico

Molto usato negli Stati Uniti agli inizi degli anni cinquanta la sua diffusione in Europa è stata molto lenta e graduale. Anche perché questa tipologia di cambio era montato su autovetture di grossa cilindrata e, soprattutto nei primi modelli, comportava un consumo eccessivo di carburante. In Italia il primo brevetto fu registrato nel 1931 a nome di Elio Trenta, un ingegnere meccanico di Città della Pieve. La sua invenzione che egli stesso presentò alla Fiat non ottenne i consensi sperati. La casa automobilitistica difatti si dichiarò non interessata al progetto. E comunque non si sa come e in che condizioni l’ingegnere Trenta abbia ceduto il suo brevetto, fatto sta che nel 1940 la Oldsmobile fu la prima casa automobilistica a produrre veicoli con cambio automatico e in quantità sempre maggiore. Il suo nome era Hydra-matic a quattro rapporti e senza frizione.

Successivamente negli anni cinquanta il cambio automatico fu introdotto dalla General Motors, Chrysler e Borg-Warner. Le prime versioni erano a due rapporti e da lì a breve vennero prodotti modelli a tre e quattro rapporti. Negli anni ottanta si assiste ad un balzo in avanti dal punto di vista tecnologico dovuto sia all’introduzione della quinta marcia che del convertitore di coppia a frizione portando così ad un migliore rendimento energetico e ad un risparmio di carburante.

Tipologie

In commercio esistono diverse tipologie di cambio automatico. Tra questi troviamo quello robotizzato fino al più moderno a doppia frizione in uso tra le auto sportive ad alto livello e che permettono un cambio marcia in tempi brevissimi. Il cambio automatico più usato è quello a rotismi epicicloidali.

Questo tipo di cambio è caratterizzato da un convertitore di coppia, un dispositivo che si trova tra il motore ed il cambio e che sostituisce la frizione, un cambio a rotismi epicicloidali, la parte centrale del cambio ed il cui rapporto di trasmissione è regolato da un sistema di freni e frizioni e l’attuatore, il centro di controllo dell’intero sistema, per lo più idraulico e regolato da valvole.

Comandi

Il cambio automatico come abbiamo detto richiede un minimo di azione da parte del guidatore. Le posizioni che si trovano sulla leva o selettore sono le seguenti:

P- Parking . In questa posizione le ruote sono bloccate impedendo all’autoveicolo di muoversi in caso di pendenza;

R- Retromarcia (Reverse gear) attiva la retromarcia e le luci di retromarcia;

D- guida (Drive) in questa posizione il cambio interviene durante la guida;

N- Neutral (folle);

3- Terza è limitato alla terza marcia anche se non è sempre presente;

2- Seconda limitato alla seconda marcia;

1-Prima limitato alla prima marcia;

Low- limitato alla prima e seconda marcia;

S- Sport limitato alla guida sportiva anche se non è sempre presente;

+/- per impostare manualmente i rapporti se abbinato ad un cambio sequenziale.

Pro e contro

Il cambio automatico permette un maggiore confort durante la guida grazie alla mancanza del pedale della frizione ed offre anche una maggiore sicurezza durante la guida poichè il guidatore non ha l’incombenza di togliere le mani dal volante per cambiare marcia. È più avanzato dal punto di vista tecnologico, anche se riduce le prestazioni del motore.

La differenza di consumo col cambio manuale è davvero minima e tutto dipende dalla correttezza dell’uso anche se col cambio automatico risparmi circa il 20% sulle spese di carburante e produci meno emissioni di CO2. Per contro un’autovettura con il cambio automatico ha un costo maggiore rispetto ad una col cambio manuale ed in più necessita di una maggiore manutenzione e quindi maggiori spese.

12/08/20195194 visite, 0 oggi

Olio motore cosa significano numeri e lettere sull’etichetta

olio motore cosa significano numeri e lettere sull'etichetta

Sicuramente comprando l’olio motore per la tua auto ti sarai accorto che sull’etichetta sono presenti una serie di numeri e lettere. Ti starai chiedendo che cosa significano e a cosa servono. Ecco ad esempio alcune sigle che senz’altro avrai visto e che ti verranno in mente: SAE 15W40, SAE 10W40.

Ma cosa significano e a cosa si riferiscono? Le sigle che noi vediamo indicano le gradazioni di viscosità dell’olio stabilite dalla SAE ( Society of Automotive Engineers ).

Il primo numero indica la viscosità a freddo. Infatti la lettera W, dall’inglese winter, significa inverno mentre il secondo numero indica la viscosità a caldo. Tale viscosità dipende dalle temperature esterne a cui è assoggettato il motore tenendo conto della temperatura minima d’inverno e la massima d’estate.

Ma cos’ è la viscosità? Altro non è che la resistenza dei fluidi allo scorrimento. La viscosità non stabilisce la performance di un olio ma indica semplicemente le caratteristiche di scorrevolezza. Quello che ci permette di stabilire le reali performance dell’olio sono le specifiche internazionali, API ed ACEA e le omologazioni dei singoli costruttori.

È utile sapere che la viscosità diminuisce con l’aumentare della temperatura e viceversa. Praticamente più il primo numero è basso più l’olio è fluido a freddo. Il secondo numero più è alto più l’olio resterà viscoso a caldo garantendo così una migliore lubrificazione delle parti del motore.

Ecco un grafico delle gradazioni SAE consigliate in base alle temperature esterne:

Fino a qualche tempo fa si faceva riferimento alle sigle A.P.I. ( American Petroleum Institute ). Le sigle erano formate da due lettere: se l’olio era per una macchina a benzina era indicato con una lettera S (Service) mentre per un veicolo diesel era indicato con la lettera C (Commercial). A seguire vi era poi una lettera che tanto più era avanti in ordine alfabetico maggiore erano le sue prestazioni.

Ad esempio se confrontiamo un olio con sigla A.P.I Sg-Cd ed uno con sigla Se-Ce possiamo chiaramente dichiarare che il primo è nettamente superiore rispetto al secondo per le macchine a benzina ma è inferiore per i veicoli diesel.

Possiamo comunque affermare che una specifica API più recente esaudisce anche quelle precedenti. Attualmente per i motori benzina siamo ad API SM mentre per quelli diesel ad API CI-4 ( il 4 inteso come motore a 4 tempi ). Nell’ottobre 2010 è stata introdotta API SN e prevede test per accertare una migliore protezione all’usura ed una maggiore resistenza all’ossidazione oltre a una migliore prestazione a bassa temperatura.

API CJ-4 che è stata introdotta nel 2010 prevede test per accertare la compatibilità dell’olio con i sistemi di ricircolo e di controllo dei gas di scarico. Gli oli di questa categoria offrono una migliore protezione all’usura forniscono un controllo della fuliggine (soot control) e di depositi sui pistoni

Con la nascita dell’ACEA ( Associazione Costruttori Europei Autoveicoli ) avvenuta nel 1996 vengono create delle specifiche europee. Le specifiche ACEA sono nate per ottenere un livello qualitativo più affidabile e prestazioni più elevate tenendo conto delle nuove motorizzazioni con un’attenzione particolare al rispetto ambientale. Si formano così 4 classi ordinate in base alla lettera a cui si fa seguire un numero. Più il numero è alto maggiori saranno le prestazioni. Le lettere sono le seguenti:

  • A per i motori benzina;
  • B per i motori diesel;
  • C (Catalyst Compatible) che tiene conto della compatibilità dell’olio con i vari filtri dei gas di scarico;
  • D per i diesel industriali.

Inoltre possiamo distinguere le seguenti categorie:

A1/B1 oli a bassa viscosità e per motori un pò datati;

A5/B5 oli a bassa viscosità provvisti di consistente scorrevolezza per risparmio carburante. Le sue prestazioni sono simili a quelli del livello B5;

A3/B3 oli per mezzi ad alte prestazioni ;

B4 oli per motori diesel e veicoli commerciali;

C2 oli per motori tecnologici dotati di sistema di trattamento dei gas di scarico;

C3 oli per motori tecnologici dotati di sistema di post-trattamento dei gas di scarico.

Accanto alle specifiche API e ACEA bisogna tener conto anche delle specifiche che ogni singolo costruttore può emettere per esigenze proprie.

È consigliabile pertanto fare sempre riferimento al libretto uso e manutenzione del veicolo per usare l’olio più adatto e raccomandato dalle case madri.

05/08/20191985 visite, 0 oggi

Quando cambiare l’olio motore e il filtro alla tua auto

Quando cambiare l'olio motore e il filtro alla tua auto

L’olio è una componente fondamentale per mantenere efficiente il motore della tua auto. Non solo lo protegge dalle impurità evitando di danneggiarlo ma lubrifica anche tutti i componenti meccanici.

È importante quindi cambiare l’olio motore con regolarità per usufruire di una migliore prestazione della vettura ed evitare danni.

Il cambio dell’olio motore va effettuato tenendo conto delle indicazioni fornite dalla casa madre e rilevabili consultando il libretto uso e manutenzione del tuo veicolo.

Se la tua auto è recente sarà lei stessa a segnalarti grazie ad una spia quando è arrivato il momento di cambiare l’olio. Nel caso di auto più datate invece sarà opportuno procedere ad un controllo periodico verificandone il livello tramite l’asticella che ne indica la quantità presente.

Per avere un corretto funzionamento del motore il livello ottimale sull’asticella è di 3/4.

E ora vediamo quando cambiare l’olio. Per le auto a benzina il cambio dell’olio va effettuato ogni 15000 Km mentre per le auto diesel ogni 25000/30000 Km. C’è da dire che nel caso non vengano raggiunti i 15000 Km il cambio olio va effettuato entro un anno. Per le auto meno recenti invece è consigliabile effettuare il cambio olio ogni 10000 Km.

Assieme al cambio dell’olio è raccomandabile sostituire anche il filtro dell’olio. Il filtro è formato da una serie di membrane che mantengono l’olio pulito e può essere di diverso tipo: magnetico, a sedimentazione, centrifugo e meccanico. Il filtro meccanico ha una forma cilindrica ed è formato da un particolare materiale cartaceo. Di quest’ultimo tipo esistono due versioni: l’avvitabile e ad immersione ed è quello più usato nelle auto moderne. La sua funzione è molto importante perchè protegge il motore dalle impurità che si creano durante il processo di combustione.

Anche per il cambio del filtro valgono le stesse indicazioni fornite per il cambio olio. In genere le case costruttrici consigliano la sostituzione del filtro ad ogni cambio olio. Per le macchine a benzina va effettuato ogni 15000 km., per i motori diesel ogni 25000/30000 Km ed ogni 10000 Km per i veicoli che hanno più di dieci anni. In ogni caso, indipendentemente dai chilometri percorsi e anche se pochi, va effettuato entro un anno.

Da considerare che il cattivo funzionamento del filtro olio può far grippare il motore causando gravi danni . Inoltre se si percorrono tanti chilometri e non si cambia l’olio si possono formare dei depositi gelatinosi, le morchie, che possono ostruire i condotti. In questo caso bisognerà procedere al lavaggio interno del motore anche con l’uso di additivi.

È consigliabile pertanto effettuare il cambio olio e la sostituzione del filtro nei tempi previsti e consigliati dalle case costruttrici per mantenere sempre l’olio pulito a vantaggio di un motore efficiente e dalle ottime prestazioni.

27/07/20193012 visite, 0 oggi

Dischi freni e pastiglie quando sostituirli

Dischi freni e pastiglie quando sostituirli

L’impianto frenante della tua vettura è un fattore importante e fondamentale per la tua e altrui tranquillità su strada.

Vediamo di capirne un pò di più.

Esistono due tipi di freni meccanici: i freni a tamburo e i freni a disco. I primi si distinguono per la presenza di un cilindro rotante legato alla ruota su cui agiscono due ganasce; nei freni a disco invece sono presenti le pastiglie che, scontrandosi col disco attaccato alla ruota, le permettono di fermarsi.

Ma di cosa sono fatti i freni a disco e come funzionano? Sono dei dischi di acciaio o di ghisa che permettono l’arresto della vettura tramite un sistema a pinza. Quando freni e schiacci il pedale si crea un attrito e la macchina si ferma. Questo è dovuto alle pastiglie che premendo sui dischi freno fanno fermare il veicolo.

I freni a disco sono sempre più utilizzati rispetto ai freni a tamburo anche se questi vengono usati più spesso per le ruote posteriori degli scooter e le auto di piccola cilindrata. Oltre a ciò hanno una maggiore capacità frenante soprattutto su strade bagnate e sono meno soggetti al surriscaldamento e all’usura.

Proprio come tutte le parti meccaniche dell’auto anche i dischi freni si consumano e pertanto devono essere controllati ed eventualmente sostituiti per evitare rischi durante la guida. Non esiste tuttavia un tempo specifico per cambiare i dischi perchè molto dipende dal tipo di guida, dalle strade che si percorrono, dal tipo di auto o anche perchè le pastiglie sono difettose. È consigliabile comunque fare un controllo ogni 30000 Km e sostituirli ogni 80000 Km e dopo aver cambiato le pastiglie due volte.

In ogni caso ci sono delle situazioni chiave in cui si può vedere che i dischi vanno cambiati e precisamente quando sul disco appaiono della macchie blu, segno questo di surriscaldamento durante la frenata; in caso di presenza di crepe sulle fasce frenanti dovute al lavoro del disco ad alte temperature o qualora la fascia frenante abbia raggiunto uno spessore minimo consentito.

Accanto ai dischi freni altri componenti fondamentali dell’impianto frenante di una vettura sono le pastiglie. Sono queste difatti che scontrandosi con il disco e creando un attrito permettono alla ruota di fermarsi. Le pastiglie sono formate da una piastra metallica sulla quale viene applicato un diverso materiale che consente l’arresto del veicolo.

Esistono tre diversi tipi di pastiglie in base al materiale. Ci sono le pastiglie con materiale metallico che, anche se tendono a rovinare e riscaldare il disco più degli altri, sono le più efficienti; le pastiglie organiche che proteggono di più il disco ma con durata e prestazioni inferiori rispetto a quelle metalliche e quelle semi metalliche che stanno a metà tra le due tipologie.

Vediamo quando è arrivato il momento di sostituirle. La maggior parte degli automobilisti pensa che quando le pastiglie iniziano a fischiare è giunto il momento di cambiarle. Ma non è sempre così. Diverse sono le cause che provocano tale fischio come ad esempio un pò di sporco che si insinua tra le pastiglie soprattutto in inverno e tende a farle fischiare oppure in estate con le temperature alte le pastiglie subiscono una dilatazione termica per cui avvertiamo quel particolare fischio o ancora la presenza di acqua sull’asfalto.

Come facciamo a sapere allora quando è il momento giusto? In linea generale le pastiglie dei freni vanno cambiate ogni 30000/40000 Km e quando il loro spessore è inferiore a 2-3 mm.

Tuttavia ci sono dei segnali che ci avvertono che è arrivato il momento di sostituirle. Nelle auto moderne è presente sul cruscotto una spia luminosa che ci indica quando le pastiglie sono da cambiare. Anche il liquido dei freni ci può dare indicazioni a riguardo. Se raggiunge il livello minimo si accende una spia sul cruscotto. Questo significa che le pastiglie sono consumate.

E comunque anche tu lo puoi capire se ti accorgi che durante la frenata avverti un rumore metallico provenire dalle ruote anteriori o quando la corsa del pedale del freno o la frenata della vettura è molto lunga.

Per concludere ricorda che devi cambiare i dischi freni ogni due cambi pastiglie ( 80000 Km circa ) e ogni 20/24 mesi va cambiato anche il liquido dei freni. Non fare frenate brusche e repentine per evitare un consumo eccessivo delle pastiglie cercando di mantenere l’impianto frenante della tua vettura efficiente il più a lungo possibile per la tua e altrui sicurezza.

20/07/20192759 visite, 0 oggi

Cosa sono e che significano le sigle sugli pneumatici

Cosa sono e che significano le sigle sugli pneumatici

Vi sarà capitato avendo una gomma tra le mani di soffermarvi per cercare di capire e decifrare quella serie di sigle e numeri che sono impresse sul suo fianco. L’unica cosa certa e che vi appare subito chiara è la marca e la misura della gomma ma tutto il resto che significa?

Cerchiamo di scoprire e di chiarire il significato di tutte quelle sigle. Prendiamo ad esempio una gomma con la seguente dicitura:

185/70 R15 88T PR10 DOT1508

  • 185 indica la larghezza della gomma espressa in millimetri;
  • /70 stabilisce il rapporto in percentuale tra l’altezza del fianco e la larghezza della sezione trasversale della gomma. Quindi il valore 70 significa che l’altezza del fianco è il 70% della larghezza di sezione. Con un minore valore in percentuale avremo una maggiore aderenza al suolo. Infatti con rapporti inferiori il fianco della gomma è più basso come nel caso delle vetture sportive;
  • R sta per radiale ed è indicativo del metodo di costruzione usato che oggi è anche il più diffuso. Questo tipo di struttura ha le tele montate radialmente a differenza delle gomme convenzionali che possiedono le tele disposte diagonalmente. Tutto ciò è sinonimo di sicurezza in quanto tali gomme risultano meno deformabili rispetto alle gomme convenzionali oltre ad apportare una maggiore aderenza al suolo, avere un’usura uniforme e fornire maggiore confort anche ad alte velocità;
  • 15 indica il diametro del cerchio espresso in pollici ( un pollice equivale a circa 2,54 cm ). In questo caso quindi il diametro del cerchio è 38,10 cm;
  • 88 determina il peso di carico ( Load Index , LI ) che la gomma può sopportare ad una precisa pressione ed è espresso in chilogrammi. In questo caso uno pneumatico con indice di carico 88 può sopportare un peso di 560 Kg ( vedi tabella );
  • T specifica l’indice di velocità ( GSY ) cioè la velocità massima a cui lo pneumatico può viaggiare. In questo caso equivale a 190 Km/h ( vedi tabella);
  • PR 10 determina il numero delle tele con cui è formato. Nell’esempio sopra riportato sono 10;
  • DOT1508 è relativo al periodo di fabbricazione delle gomme. Tale indicazione DOT è espressa con quattro cifre che specificano la settimana e l’anno di costruzione. Pertanto il numero 1508 significa che il pneumatico è stato fabbricato la quindicesima settimana (15) dell’anno 2008 (08). Per le gomme prodotte prima del 90 tuttavia le cifre erano tre a cui seguiva un piccolo triangolo. La sigla DOT (Department of Transportation) prima dell’indicazione relativa alla data di fabbricazione è seguita da una serie di lettere indicanti nell’ordine il codice dello stabilimento di produzione ( prime due cifre), la misura ed il tipo di copertura. Opzionale il codice del costruttore ( 4 cifre ).

Talvolta il numero che indica la larghezza della gomma, in questo caso 185, è preceduto da una lettera. Ecco un elenco e i vari significati.

La lettera P che in alcuni casi è omessa sta per passenger e significa che quel tipo di gomma è indicata per il trasporto di passeggeri;

la lettera T indica che tale gomma può essere utilizzata come ruota di scorta;

la lettera C specifica che quel tipo di gomma è stata progettata per i veicoli commerciali quindi adatta a carichi pesanti;

le lettere LT indicano che la gomma è studiata per il trasporto leggero o per veicoli commerciali e quindi adatta a carichi molto pesanti;

le lettere ST (Special Trailer) precisano che la gomma non è adatta ad automobili o furgoni o camion bensì è destinata a rimorchi speciali quali rimorchi per auto, barche ecc.

Tuttavia esistono altre sigle che possiamo incontrare osservando una gomma.

  • un indicatore di direzione, una freccia, che accompagna le parole rotazione, senso di rotazione. All’atto del montaggio tale indicazione deve rispettare il senso di marcia del veicolo;
  • indicatori di usura del battistrada, i TWI ( Tread Wear Indicator).Si tratta di alcune barre rialzate posizionate dalle case produttrici e inserite nelle scanalature longitudinali principali delle gomme;
  • tubeless gomme senza camera d’aria. Tali gomme sono più sicure perchè in caso di foratura tendono a sgonfiarsi più lentamente;
  • TT gomme con camera d’aria;
  • il simbolo E che indica l’osservanza alla normativa europea ECE-R30 . Tale simbolo è obbligatorio per il riconoscimento europeo e le gomme non possono essere montate se non riportano tale simbolo;
  • un trattino che indica che si tratta di uno pneumatico convenzionale;
  • RF che stabilisce che si tratta di un pneumatico RunFlat. Tale pneumatico garantisce stabilità e sicurezza anche a pressione zero e a velocità definità e per un certo numero di chilometri;
  • MFS, FR, FSL, RFP sono i vari codici utilizzati dai costruttori, e non per tutti uguali, per indicare uno pneumatico Rim Protector, dotato cioè del bordino di protezione che serve a ridurre i danni ai cerchioni in caso di urti evitando così le bolle al pneumatico con conseguente frattura dello stesso.

Un discorso a parte meritano le gomme invernali. Il simbolo che li differenzia da quelle estive o all season sono le due lettere M+S che significano Mud+ Snow ( fango + neve ). Durante il periodo invernale devi dotare la tua vettura con gomme che riportano tale dicitura. Tale periodo va dal 15 novembre al 15 aprile e rispettando sempre i codici di velocità e di carico riportati sul tuo libretto di circolazione. Tuttavia per le gomme invernali utilizzate in tale periodo puoi attenerti ad un codice di velocità inferiore e fino alla lettera Q ( 160 Km/h ) ricordandoti di ripristinare la situazione indicata sulla carta di circolazione una volta trascorso tale periodo.

La simbologia M+S garantisce che il pneumatico è invernale e quindi si adatta a prestazioni da neve pur non essendo regolamentato da alcun test.

Per avere un prodotto di qualità è necessario che lo pneumatico risponda a determinati requisiti di affidabilità sottoponendolo a test regolamentari ed in condizioni difficili. A tal proposito è necessario che il pneumatico sia dotato della marcatura 3PMSF (Three Peak Mountain Snow Flake).

Tale simbolo indica un fiocco di neve all’interno di una montagna a tre picchi ed è sinonimo di garanzia e di sicurezza per viaggiare nel periodo invernale e in condizioni difficili.

Dal 1 novembre 2012 è obbligatorio applicare un’etichetta su ogni pneumatico che è stato prodotto dopo il 30 giugno 2012. Tale etichetta tiene conto delle prestazioni del pneumatico e riguarda il rotolamento, l’aderenza su bagnato e la rumorosità.

Il rotolamento indica l’efficienza energetica del pneumatico. Considerando che il rotolamento incide sul consumo di carburante aumentando la resistenza si riducono le emissioni. I valori vanno dalla lettera A alla lettera G dove la A è il valore massimo dell’efficienza e G il minimo;

l’aderenza sul bagnato un valore molto importante per la sicurezza su strada bagnata. Anche in questo caso il valore A è il massimo con circa il 30% in più di aderenza sul bagnato rispetto al valore G;

la rumorosità indica l’inquinamento ambientale prodotto dal rotolamento delle gomme. È espresso in decibel ed è indicato con tre barre. Una barra indica un pneumatico silenzioso con un inquinamento inferiore a 3 decibel, due barre indicano un pneumatico particolarmente rumoroso e tre barre un pneumatico conforme ma maggiormente rumoroso rispetto ad altri.

Un’altra marcatura che si potrebbe trovare sul pneumatico è la marcatura UTQG (Uniform Tire Quality Grading) corrispondente alla Classificazione Unificata di Qualità dei Pneumatici. Tale marcatura riguarda le vetture sul mercato americano e non è obbligatoria in Europa. Tuttavia considerando che alcuni prodotti vengono commercializzati su entrambi i mercati è possibile trovarla anche in Europa.

Ed ecco riportate come sopra indicato la tabella riguardante gli indici di carico con l’equivalente del peso che può sopportare il pneumatico espresso in kg e la tabella dell’indice di velocità con l’equivalente della velocità consentita.

Indice di pesoPeso in kgIndice di pesoPeso in kg
208078425
228579437
248580450
269081462
2810082475
3010683487
3110984500
3311585515
3512186530
3712887545
4013688560
4114589580
4215090600
4416091615
4617092630
4717593650
4818094670
5019095690
5119596710
5220097730
5320698750
5421299775
55218100800
58236101825
59243102850
60250103875
61257104900
62265105925
63272106950
64280107975
652901081000
663001091030
673071101060
683151111090
693251121120
703351131150
713451141180
723551151215
733651161250
743751171285
753871181320
764001191360
774121201400

Indice di velocitàVelocità in km/hIndice di velocitàVelocità in km/h
A15K110
A210L120
A315M130
A420N140
A525P150
A630Q160
A735R170
A840S180
B50T190
C60U200
D65H210
E70V240
F80ZR>240
G90W270
J100Y300

13/07/20193937 visite, 0 oggi

Pressione gomme come e quando misurarla

Pressione gomme come e quando misurarla

È normale che in seguito a lunghi viaggi o alla percorrenza su strade dissestate e percorsi misti la pressione delle gomme diminuisce col passare del tempo. È bene quindi controllarla almeno una volta al mese per viaggiare in modo sicuro. La pressione delle gomme non è uguale per tutte le auto ma dipende molto dal tipo di vettura e dal motore. Per questo è bene consultare sempre il libretto d’uso della macchina per dotare le tue gomme della giusta pressione. Il suo valore è indicato non solo sul libretto d’uso ma anche sul montante dello sportello lato guida o sullo sportellino che copre il tappo carburante. Ed ecco come fare per misurare la pressione delle tue gomme tenendo a mente alcuni utili consigli:

  • le gomme non devono aver percorso più di 2 Km altrimenti l’aria all’interno si espande e non permette una giusta misurazione;
  • la pressione delle gomme anteriori è maggiore di quelle posteriori perchè sopporta un carico maggiore;
  • il livello di pressione migliore va da 1.8 a 2.2 anche se sono valori indicativi e non è valido per tutte le vetture per cui è sempre bene consultare il libretto di manutenzione della vettura;
  • il valore di pressione ( espresso in bar ) per le gomme estive si aggira tra i 2.0 e 3.0 bar , mentre per quelle invernali è bene aumentare il valore di 0.2 bar considerando che con il freddo la loro pressione diminuisce.

Per misurare la pressione delle gomme procedi in questo modo. Svita il tappo della valvola posizionando il manometro sulla stessa. Quando non senti più l’aria soffiare dalla valvola vuol dire che il manometro è messo in modo corretto. La lancetta del manometro segnerà l’attuale pressione delle gomme. A questo punto procedi gonfiando o sgonfiando secondo il caso fino a raggiungere la giusta pressione.

 Viaggiare con gomme senza la giusta pressione o perchè sgonfie o con la pressione più alta può comportare dei rischi durante la guida. Nel primo caso si avrà una maggiore usura del battistrada verso i bordi e del cerchione, avrai bisogno di un maggiore spazio di frenata nel caso di suolo bagnato, poca resistenza all’acquaplaning , difficoltà di movimento dello sterzo. C’è la possibilità inoltre che la gomma possa esplodere.

Se si viaggia invece con una pressione delle gomme troppo alta si avrà una minore aderenza sul suolo con il rischio di danneggiare la gomma per usura eccessiva del battistrada e conseguente deformazione del pneumatico.

La maggior parte delle gomme è gonfiata ad aria compressa anche se esistono dei rivenditori che usano l’azoto, cioè aria secca da cui è stato rimosso l’ossigeno. Si possono utilizzare ambedue i sistemi di gonfiaggio ma rispettando sempre le indicazioni fornite dal rivenditore. Il gonfiaggio con l’azoto dovrebbe in teoria diminuire le perdite d’aria a tutto vantaggio di una maggiore durata. Ma questo è solo indicativo perchè subentrano altri fattori relativi alla perdita d’aria e pertanto è sempre bene controllare lo stato delle gomme per una maggiore sicurezza su strada.

Se ti accorgi che hai bisogno di ricaricare l’aria molto spesso ricordati di controllare le valvole che potrebbero essere difettose. In ogni caso ricorda di sostituirle ad ogni cambio gomme.

Secondo una normativa europea a partire dal 2014 tutte le auto di nuova immatricolazione devono essere dotate di un sistema di monitoraggio della pressione, il TPMS (Tyre Pressure Monitoring System). Tale dispositivo controlla costantemente la pressione delle gomme durante la marcia grazie a 4 sensori posizionati sulle ruote. I dati vengono trasmessi ad una centralina e i livelli di pressione sono indicati da una spia posizionata sul cruscotto. In questo caso ad ogni gonfiaggio il TPMS deve essere ritarato. Accanto a questi esistono anche i TPMS indiretti meno precisi dei primi e i cui sensori tengono conto della velocità di rotazione delle gomme per calcolare la pressione. In questo caso non c’è bisogno di alcuna taratura.

Un’ultima raccomandazione: controlla anche che la tua ruota di scorta abbia la giusta pressione. Fa anch’essa parte della tua vettura ed in genere è sempre quella con una pressione inferiore rispetto alle altre gomme. Avere la giusta pressione non solo ti dà maggiore sicurezza su strada ma ti evita l’eccessivo consumo delle gomme, avrai un minore consumo di carburante e ti faciliterà nelle manovre di parcheggio o in mezzo al traffico.

05/07/20194620 visite, 0 oggi

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